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PREMESSA

Sulle origini della città di Mottola e sua denominazione in epoca classica, nonostante le prove archeologiche attestanti la presenza di insediamenti umani (estese necropoli d’età ellenistica e romana si stendevano ai piedi della collina) non esistono, tutt’oggi, testimonianze documentarie da parte di autori, geografi e storici d’età greca e latina, che facciano specifico riferimento al centro mottolese. Diversi scrittori e studiosi, nel corso degli ultimi secoli, hanno formulato varie ipotesi. In particolare, riguardo all’origine e fondazione della città si sono moltiplicate diverse congetture dal XVI secolo fino a oggi, basate quasi tutte sull’analisi etimologica del toponimo attuale - Mottola - che compare per la prima volta in una pergamena del 774 d. C. risalente all'epoca della dominazione longobarda in Puglia (Motula, Mutula, Motolo) e poi nella Charta Donationis del 5 maggio 1081 e del 7 novembre 1099 (Mutula, civitatis Mutule, urbis Mutule) risalenti al dominio normanno [1]

L’Archivio di Stato di Napoli, nato dal decreto del 22 dicembre 1808 con cui Gioacchino Murat disponeva l’istituzione di un pubblico “Archivio generale del regno” per riunire in un medesimo locale gli antichi archivi delle istituzioni esistenti fino all’arrivo di Giuseppe Bonaparte a Napoli nel 1806, conservava, nel monastero benedettino dei SS. Severino e Sossio, sede dell’Archivio dal 1835, un ricchissimo patrimonio di carte. Sono ormai note le dolorose perdite dell’archivio diplomatico e quelle della cancelleria angioina e aragonese causata dall’incendio appiccato dalle truppe tedesche il 30 novembre 1943 nella villa Montesano di San Paolo Belsito nei pressi di Nola, dove erano stati trasportati gruppi di atti prelevati da vari fondi ritenuti di maggior valore e per questo allontanati dalla loro sede originaria. Del sec. X l’Archivio conserva un nucleo di 11.370 pergamene che vanno sotto i nomi di località, famiglie e varie. Sono di provenienza diversa e datano dal sec. X al sec. XIX. (Nell’incendio del 1943 ne andarono perdute 47.470, di cui, per fortuna, l’archivista Riccardo Filangieri nel 1919 aveva fatto un inventario-indice). Esse sono di natura varia, per lo più di carattere patrimoniale privato, tutte ordinate per i singoli gruppi in ordinamento cronologico, con l’annotazione topografica del locale di conservazione (Sala diplomatica in cui troviamo l’inventario generale delle pergamene n. 98) e l’indicazione delle chiavi di ricerca e di tutti i sussidi attinenti. A queste devono aggiungersi le pergamene conservate nell’Archivio farnesiano dal sec. XIII al XVIII in numero di 299 con inventario e regesto completo. Tra le pergamene distrutte, attestate dall’inventario-, indice fatto nel 1919 dal Filangieri, se ne ricordano settantadue su Castellaneta (a. 1200-1794) e 242 su Taranto (1233-1690). Per l’inventario con regesti confronta J. Mazzoleni, Fonti per la storia di Puglia. Le pergamene di Taranto, sono citate in “Studi di storia pugliese in onore di Giuseppe Chiarelli”, Galatina, 1973, vol. II, pp. 103-129. Ivi è riportato che un regesto manoscritto, conservato fortunatamente in Archivio, attribuisce la provenienza delle pergamene in argomento all’Archivio del soppresso monastero di S. Pietro imperiale appartenente all’Ordine dei predicatori di Taranto. Nei Regesti dei documenti dell’Italia meridionale 570-899 a cura di J.M. Martin, Errico Cozzo, S. Gasparri e M. Villani, Ècole française de Rome, 2002 troviamo tre atti (357, 380 e 419 Instrumentum traditionis, Ante 774 novembre). Questa pergamena fu scritta dal notaio Evaldo, in cui il principe Arechi II conferma la consegna fatta a S. Sofia [di Benevento] dal presbitero Maurus di tutto il suo conquestum, e in particolare della chiesa di S. Martino quae posita est in Motolo. Più precisamente il principe longobardo Arechi II dona al tempio di santa Sofia di Benevento “la chiesa di San Martino in Motula, con un territorio di nove miglia nel galo di Motula”. Gli storici locali hanno formulato diverse ipotesi circa l’ubicazione della chiesa di S. Martino. Marco Lupo ipotizza l’ubicazione di tale chiesa presso l’Orto del Vescovo (sito ove ora è ubicato il palazzo D’onghia punto di confluenza tra via Mazzini e via Salvo D’Acquisto). Michele Lentini riferisce che di questa chiesa non vi sono né più tracce né documenti da cui poter ricavare la sua ubicazione. Riferisce, altresì, fu distrutta dai saraceni nell’anno 847. Pasquale Lentini, invece, indica la sua ubicazione nei pressi di Arco Fanelli. Sergio Natale Maglio, infine, ritiene che, con ogni probabilità, il documento altomedievale non si riferisca alla nostra cittadina, bensì al Monte Motola nel Cilento Salernitano, nei cui pressi ancora oggi esiste la chiesa rupestre di San Martino, frequentata con grande devozione dagli abitanti della cittadina di Piaggine. Non si comprende, tuttavia, come per altre chiese del Cilento siano riportate specifiche indicazioni geografiche come in monte cilenti finibus lucaniae oppure in mons coraci de cilentus, in territoriis cilenti, in fine cilentus, in finibus lucaniae. Nel documento di nostro interesse è riportato…ecclesiam Sancti Martini, quae posita est in Motolo in nostro territorio… Lo storico cilentano Pietro Ebner nella sua opera (Chiesa, baroni e popolo nel Cilento Chiesa, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1982) riporta una valutazione di natura politica della dicitura in nostro territorio. Fa notare come Arechi, servendosi dello strumento del Monastero di Santa Sofia, manifesti la volontà di stabilire un controllo politico sul territorio, esprimendo la condizione e la possibilità della continuità dei suoi domini fino in Puglia, poiché egli stesso si è appena auto-nominato ‘princeps gentis Langobardorum.

PRIMA ETA’ DEL BRONZO XVIII-XVII sec. A.C.

La documentazione archeologica testimonia tracce di presenza umana nella collina già a partire dalla prima età del bronzo (dal 3500 a.C. al 1200 a.C. circa) attraverso il rinvenimento di tombe a grotticella con ceramiche protoappenniniche in contrada Patrella [2] e una tomba collettiva con 25 vasi d'impasto italico in contrada Porcile-Canamazza [3]

Felice Gino Loporto, Rassegna degli ultimi scavi, in La Magna Grecia e Roma nell'età arcaica, Atti Convegno Magna Grecia, 1968. Nota riportata in Sergio Natale Maglio con la collaborazione dell’arch. Alessandro Lentino, Avvenimenti storici e sviluppo urbano della città di Mottola, p. 22 nota 1. Mottola 1994.

Marco Lupo, Mottola scoperte archeologiche, Mottola Tipografia Canò, 1908. Nota riportata in Sergio Natale Maglio con la collaborazione dell’arch. Alessandro Lentino, Avvenimenti storici e sviluppo urbano della città di Mottola, p. 22 nota 1. Mottola 1994.

PRIMA ETA’ DEL FERRO

Le ultime indagini archeologiche hanno dimostrato che la collina mottolese, così importante strategicamente, già abitata nella prima metà del secondo millennio a. C. da popolazioni di cultura proto appenninica - sia stata attivamente frequentata nell'Età del Bronzo e in quella del Ferro. Nel Museo Archeologico Nazionale di Taranto è custodita una preziosa collezione di bronzi proto villanoviani risalente alla prima Età del Ferro (1100-900 a.C.), che furono rinvenuti nel 1899 in contrada Orto del Vescovo durante lo scavo delle fondamenta di Palazzo D’onghia.

X sec a.C.

Gli Iapigi o Giapidi erano le popolazioni che avevano occupato la Puglia tra il XII e l'XI secolo a. C. e che provenivano dalla Liburnia, l'antica regione adriatica corrispondente alle attuali Slovenia, Croazia orientale e Dalmazia settentrionale, che aveva per capitale Jader (Zara). Le popolazioni illiriche degli Japigi o Giapidi diedero origine alla tripartizione in Dauni (Capitanata), Peuceti (Terra di Bari, parzialmente province di Brindisi e Taranto) e Messapi (Salento).

Il più antico e illustre monumento urbano mottolese è rappresentato dai resti di poderose mura greche di età ellenistica (vedi nota 4) (IV secolo a.C.), riportati alla luce nell’estate del 1995 dopo essere stati fortunosamente nascosti (e in qualche modo protetti) agli inizi del ‘900 dall’espansione edilizia urbana. La datazione dei resti è assegnata a età ellenistica sul finire del XIX secolo dall’archeologo mottolese Marco Lupo che per primo ne segnalò l’esistenza.

Marco Lupo - sulla scorta di alcuni ritrovamenti vascolari con decorazioni geometriche in una località non meglio precisata - avanzò la tesi di una origine italica della città di Mottola, precedente all'avvento dei coloni spartani che fondarono Taranto nell'VIII secolo a. C. senza, tuttavia spiegare il perché dell’assenza di citazioni del centro collinare nelle cronache e descrizioni del periodo greco e romano.

L'idea di una fondazione dell'insediamento fortificato sulla collina da parte della popolazione japigia fu ripresa nel 1906 dal tedesco Massimiliano Mayer, insigne studioso della civiltà peuceta e fondatore del Museo Archeologico di Bari. Egli esaminò la questione in uno studio pubblicato nel Philologus (Zur Topographie und Urgeschichte Apuliens), sostenendo che l'odierno nome Mottola possa rappresentare l'evoluzione moderna di Motula, centro che doveva essere la più importante fortezza della Japigia, portando il nome della metropoli originaria dei Giapidi, la Metulum o Metullum ricordata da Strabone, in altre parole l'odierna Metlika o Mottling slovena. Le tesi del Mayer colmano anche il vuoto di documentazione del periodo classico, attraverso l'interpretazione di alcuni passi delle Odi di Orazio (VI, 21), e dalle Georgiche di Virgilio, risalenti al I secolo a. C.

Altri autori, come Giovanni Colella, hanno in seguito ripreso le tesi dello studioso tedesco Mayer, che hanno il merito di dare una spiegazione in parte plausibile alla inspiegabile assenza di citazioni su Mottola da parte degli scrittori classici, omissione molto strana se si pensa che non dovesse passare inosservata una città fortificata presumibilmente già nel V-IV secolo a. C., rispettabile per estensione e capienza di abitanti.

Alcuni studiosi, come Paul Wuillelumiere (1939) e Nevio Degrassi (1961), hanno identificato Mottola come centro japigio, per la posizione strategica della collina quindi sede idonea per edificarvi solidi e sicuri sistemi di fortificazione.

La tesi di Philipp, compilatore del lemma per la importante Paulys Realencyclopadie der classichen Altertums-Wissenschaft (1930) cerca supporto in Gaio Plinio Secondo, conosciuto come Plinio il Vecchio. Quest’ultimo nel solo lavoro che si sia conservato la Naturalis historia, contenente trentasette volumi, sembra accennare (3,105), per assonanza col toponimo, agli abitatori della nostra antica città, quando - nel compilare un elenco di popoli apuli - parla dei Mateolani, oltre che dei Silvini (abitanti di Silvium, l'antica Gravina di Puglia) e dei Genusini. Tuttavia - secondo altri autori - la città in cui i Mateolani risiedevano sarebbe identificabile con l'attuale Matera.

 Uno di questi ultimi è Vito Antonio Sirago, il quale formula una nuova ipotesi, in altre parole che Mottola (in alternativa con Castellaneta) possa essere identificabile con il fortilizio peuceta chiamato Tropion, prossimo alla grande città di Monte Sannace, che per questo autore non è altro che la "inafferrabile" e antica città di Thuriae, urbs in Sallentinis di cui parla Livio. Il castello di Tropion è ricordato nella cronaca di Diodoro Siculo per la sua occupazione da parte di Cleonimo, il nobile condottiero-pirata spartano impegnato alla fine del IV contro le popolazioni apule e lucane, Metaponto e contro la stessa Taranto, scacciato dallo Jonio solo grazie all'intervento risolutivo dei Romani (Bibliotheca Historica, XX 105, 1-3).

L'arrivo degli Spartani di Falanto, che nel 706 a.C. fondarono Taranto, portò naturalmente all'occupazione da parte della nuova colonia di una porzione di territorio intorno alla città, già posto al confine tra Peuceti e Messapi. La chora tarantina si estese da subito verso nord-ovest occupando la fertile pianura di Massafra e Palagiano, e a guardia della stessa i Greci posero - sui primi rilievi delle Murge - una scacchiera di castelli e fortificazioni (Masseria Minerva, Passo Giacobbe, Mottola, ecc.). L'alta e isolata collina mottolese rappresentò, probabilmente già dal VI secolo a.C., uno dei centri più importanti di questo schieramento strategico a difesa del territorio di Taranto, fronteggiando l'importante centro peuceta di Monte Sannace, che alcuni identificano nella "inafferrabile" Thuriae, urbs in Sallentinis di cui parla Livio.

Tra gli assertori della origine greca figura di Gerolamo Marciano, il quale sosteneva essere Meteora, "sita in monte", l'originario toponimo della città. Altri studiosi come Attilio Stazio (1967), Dinu Adamesteanu (1979) e Felice Gino Loporto (1990) pur propendono per la tesi del centro mottolese di probabili origini japigie, ritengono, altresì, che sia stato tra i primi a cadere sotto l'influenza tarantina, già dal VI secolo a. C.

V- IV sec. a.C.

Come già detto la popolazione di origine illirica si stabilì in Puglia tra il XII e il XI sec. a.C., differenziandosi in tre distinti filoni di natura geografica, politica e culturale: i Dauni, i Peucezi e i Messapi, nel corso della 1a e 2a Età del Ferro (tra il X secolo e gli inizi del VI secolo a. C.). La Peucezia, che comprendeva la Puglia centro-meridionale sino all'asse Taranto-Egnazia, sviluppò i suoi caratteri peculiari dalla metà del VII secolo. Il popolamento del territorio, già molto denso e diffuso sin dalla 1a Età del Ferro, cominciò a coagularsi in forme proto urbane dai primi decenni del VI secolo a. C.

I rapporti economici e culturali tra Peucezia e mondo greco, e segnatamente Taranto, furono importanti e consistenti nel corso del VI sino al primo quarto del V secolo, quando intervenne una grave crisi politica (l’alleanza di Peuceti e Messapi contro l'espansionismo tarantino) che causò dure guerre e congelò per quasi mezzo secolo il rapporto tra le genti italiche e la metropoli magnogreca. Nel 471 o nel 473 a. C. si combatté tra Peuceti e Messapi alleati da una parte, e dall'altra Taranto e Reggio Calabria, una battaglia campale ricordata da Erodoto (7, 170) perché vi avvenne il più grande massacro di Greci a memoria d'uomo, il cui sito fu individuato nel 1881 da F. Lenormant proprio tra Mottola e Gioia. Quasi dieci anni dopo Taranto si rifaceva sul campo, affermando sulle genti italiche ribelli la propria egemonia. Dall'ultimo quarto del V secolo si afferma la pace tra Peuceti e Tarantini, spesso alleati nelle successive lotte contro i Lucani, che si sviluppano sul confine nord ovest della chora soprattutto nella seconda metà del IV secolo.

 In questo periodo di massimo splendore, Taranto ebbe a subire ai confini del territorio asservito al suo diretto controllo le pressioni bellicose esercitate dai Messapi e dai Lucani, che spinsero più volte i Tarantini a chiamare in propria difesa condottieri stranieri come Archidamo III, re di Sparta (nel 343, morto sotto le mura messapiche di Manduria nel 338 a. C.), Alessandro il Molosso, zio di Alessandro Magno (nel 334 a. C.) e infine il già ricordato principe spartano Cleonimo (303-302 a. C.). Ettore Maria De Juliis, professore ordinario di Archeologia classica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Bari, proprio in quest'ultima metà del IV secolo pone la nascita della maggior parte delle città peucete, il più delle volte fortificate con mura difensive, realizzate adottando una tipologia prettamente greca, risalente ad età arcaica ma diffusasi in Peucezia in quello stesso IV secolo. D'altra parte queste difese murarie realizzate con grandi blocchi squadrati appaiono spesso integrate, in molti centri, con fortificazioni contemporanee realizzate in opera poligonale, in altre parole secondo la più tradizionale maniera peuceta.

Riportiamo, in nota, l’ultima ipotesi, in ordine di tempo, circa l’origine e datazione delle mura di Mottola, sostenuta dallo studioso Alessandro Di Muro che ritiene più percorribile la tesi di una murazione medievale rispetto alla tradizionale tesi ellenistica. Si concorda, e crediamo sia una posizione condivisibile da parte di tutti, che una risposta definitiva potrà essere fornita solo attraverso una più approfondita indagine archeologica. [4]

Una porzione di cinta muraria conservata per una lunghezza di circa 40 metri e per un’altezza di circa 3 metri sotto via Salvo D’Acquisto, presenta una tessitura regolare formata da blocchi isodomi di pietra locale (carparo) ben squadrate e apparentemente privi di legante. A quel che sembra tale muro fu abbattuto nel corso del XIX secolo in concomitanza con l’ampliamento del centro abitato. Una particolarità di tali blocchi consiste nella presenza di numerosi segni di lapicidi scolpiti sulla faccia degli stessi. La datazione dei resti è assegnata ad età ellenistica sul finire del XIX secolo dall’archeologo mottolese Marco Lupo che per primo ne segnalò l’esistenza. Egli, in un breve saggio del 1906, valutò in circa 1600 metri il perimetro dell’antica cinta, dotata di tre grosse torri circolari e tre porte, che l’autore poteva ancora osservare. Più di recente un’indagine archeologica condotta poco distante dalle mura in blocchi isodomi, al fine di individuare altri lacerti della murazione mottolese, ha portato alla luce un ulteriore tratto di cortina per una lunghezza di 35 metri.  Tale struttura, sicuramente successiva, rileva una tecnica costruttiva molto diversa, con ampi reimpieghi di blocchi squadrati di carparo e utilizzo di materiale eterogeneo. L’autrice della scoperta, come riporta Alessandro Di  Muro, pur in assenza di qualsiasi indicatore cronologico, suppone che l’elevazione di questo tratto di mura sia da collocare nei secoli del primo medioevo. Dalla relazione di scavo pare potersi dedurre che tale frammento di murazione si trovasse allo stesso livello della prima cinta (era, infatti, poggiato sul medesimo filare di fondazione). Di Muro sostiene che se la proposta di datazione appare poco convincente, i dati dello scavo dimostrano che quando si innalzò quest’ultima cortina il muro a blocchi squadrati di carparo doveva essere ancora funzionale alla difesa di Mottola. Attraverso una serie di considerazioni inerenti alla tecnica costruttiva e la tipologia presenti su alcuni blocchi si porta a rivedere in maniera più attenta la questione delle mura mottolesi. Afferma che la tecnica costruttiva, riferita ad una porzione di muro, non sia elemento sufficiente per una datazione certa dell’intera cinta muraria tenuto conto, altresì, che la stessa tecnica costruttiva mediante una tessitura a blocchi isodomi per l’elevazione di una struttura non sia esclusiva di epoca ellenistica né dell’età antica in genere. Già nell’alto Medioevo sono visibili tecniche costruttive similari. Per quanto poi riguarda la presenza di segni lapicidi presenti sulle mura egli sostiene che siano mirati alla identificazione del lavoro dei lapicidi, spesso indispensabili per distinguere le opere di squadre differenti che partecipavano alle costruzioni, e talvolta per consentire il riconoscimento della propria opera.  Non esclude tuttavia l’ipotesi di essere degli indicatori di connessione come ad es. le M rovesce o traverse (Sigma) che sarebbero funzionali ad indicare la congiunzione di blocchi. Termina sostenendo che solo la contestualizzazione storico-archeologica del sito in cui il manufatto è dislocato potrà fornire indicazioni risolutive. Resta, quindi, della convinzione che i riporti da fonti inerenti al castello di Mottola nell’XI secolo, la mancanza di fonti documentarie medievali circa le mura che pur dovevano essere visibili, la mancanza di ritrovamenti in paese di edifici in età premedievale, la difficoltà nel ritenere il non utilizzo di tali mura per la sua importanza strategico-militare fino all’XI secolo, siano elementi sufficienti per sostenere l’ipotesi di una murazione medievale rispetto alla tradizionale tesi ellenistica. (Cfr. Di Muro Alessandro, Alcune considerazioni sulle mura di Mottola, in Appendice di Pietro Dalena, Minima Medievalia, Adda Editrica, Bari 2012. pp. 343-362).

III sec.  a.C.

Nei primi decenni del III secolo, il territorio pedemurgiano che si affaccia sullo Jonio fu lungamente interessato dallo scontro tra Taranto e gli alleati Peuceti contro Roma, dalle operazioni militari di Pirro e delle legioni romane, sino alla sottomissione di Taranto nel 272 a. C. In conformità a quanto sostenuto dallo storico e magistrato Enrico Mastrobuono e da Francesco D’Andria, le cui tesi sono state riprese da Sergio Natale Maglio, con la pax romana l’area fortificata della collina mottolese coincidente con il vecchio centro storico della Mottola “alta”, a similitudine di altri centri che presentavano le stesse caratteristiche di Mottola, viene a perdere la sua importanza strategica dal punto di vista militare. Plausibile l’ipotesi che l’area sia stata abbandonata da abitanti-soldati, abbia perso di importanza, parimenti, la funzione di supporto logistico della propaggine “civile” ubicata in contrada Patrella e la contemporanea presenza di nuove figure ossia di agricoltori. Si presume che questi abbiano proceduto alla cinturazione delle terre ed alla realizzazioni di grosse villae, piccoli villaggi agricoli le cui tracce di insediamento, pur non documentate topograficamente, si trovano nelle contrade Matine, San Marco, S. Angelo, La Giunta, La Palantonia, presso Le Masserie Marinosci, Semeraro, Stingeta, Le Grotte e la zona di Selvapiana. [5]

Cfr. Fondazione Murgia delle Gravine onlus, I quaderni della Murgia delle Gravine e Sergio Natale Maglio con la collaborazione dell’arch. Alessandro Lentino, Avvenimenti storici e sviluppo urbano della città di Mottola,  Mottola 1994, pp-15-24.